Gruppo Culturale Amici di San Fermo

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Un po' di storia

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Storia del borgo Penasca di San Fermo

Quel borgo di Varese chiamato Penasca

Ad una considerazione superficiale, un grumo di vecchie case, con un campaniletto e San Fermo Catasto Teresianoqualche portone, come ce ne sono tanti, dappertutto, nei nostri paesi.

Non è così: è una piccola gemma, incastonata in cima ad un colle che domina la valle dell’Olona con un pendio scosceso ed a tratti roccioso e per ognuna delle molte sfaccettature, mostra una luce diversa di interesse e di richiamo.

Anzitutto il nome, ormai purtroppo desueto, assorbito dal generico S. Fermo, ma antico e bellissimo: Penasca. D’acchito sembra non avere un riferimento ed una radice, forse anche per quello è stato poi sommerso. Lo si è associato alla poena latina deducendone un passato di luogo di pena, o prigione.

Invece la radice c’è, evidente e nobilissima, la celtica radice pen, per luogo elevato, roccioso o appuntito, la stessa che supporta il nome delle Alpi Pennine, oppure dei monti Pennini in Scozia, del Jupiter Poeninus che per i Romani salvaguardava il Passo del Gran San Bernardo, e che tuttora vive nella peñasca spagnola (roccia o sommità rocciosa) o nel penhasco portoghese (roccia o masso). Il suffisso asca- molto usato anche nell’attuale area linguistica ligure, è comune per molti nostri luoghi, nel senso all’incirca di “inerente a”.

Per inciso, gli affioramenti rocciosi, attualmente meno evidenti ma facilmente rilevabili, ad esempio, lungo la Via Aquileia (“Il sasso” per i nativi), sono una formazione caratteristica, ben nota ai geologi come unica e reperibile solo in quel luogo, il “Ceppo dell’Olona”.

Da una pergamena del 20 marzo 1239, conservata presso l’Archivio della Basilica di San Vittore e pubblicata fin dal 1999, con un inventario delle proprietà fondiarie spettanti alla Chiesa di San Vittore nel territorio di Biumo Inferiore (che diventerà Parrocchia solo nel 1574), “…un prato ed un campo con un grande noce ed alcuni altri, ed è tenuto da Manfredo figlio del fu Guglielmo da Penascha …” . Una citazione – qui tradotta - che codifica definitivamente, con il nome, l’esistenza del Borgo, e la sua rilevanza, tale da costituire riferimento di origine familiare (una delle radici dei moderni cognomi).

Ancora, dal registro dei battesimi tenuto – anche per Penasca – dalla Parrocchia di Biumo Inferiore, emergono a fine ‘500 tra gli abitanti di Penasca gli antenati di cognomi rimasti in zona, per tutti gli “a Letta” (Aletti), ora importanti nell’industria e nel credito.

Sul piano urbanistico territoriale, il nucleo antico di Penasca, sopravvivendo fortunosamente alle improvvide cementificazioni di tutta l’area circostante, ha conservato le proprie caratteristiche originarie che, oltre che importanti e piacevoli come esempio di assetto urbanistico antico, riproducono, in scala ridotta, il modello di nucleo antico del capoluogo Varese, al quale è sempre stata territorialmente legata.

Varese, per valutazione storica ampiamente condivisa, non fu mai una città murata, atta a chiudersi a difesa di fronte ad un esercito, ma fu semplicemente un borgo “chiudibile” disponendo di una schiera di case prive di importanti aperture verso l’esterno, con gli accessi viari regolati da porte costrette tra due case ed un volume edilizio soprastante. Non certo tali da fermare un esercito, ma efficaci ed usate in effetti, per tenere sotto controllo i flussi di merci, o per garantire la sicurezza dell’abitato, soprattutto di notte o durante le epidemie per limitare i rischi di contagio dall’esterno.

Distrutte a Varese già nei primi decenni dell’ottocento, in quanto grave intralcio ai flussi viabilistici in espansione, delle porte resta solo qualche ricostruzione grafica che ne attesta la somiglianza a quelle di Penasca, sopravvissute invece senza gravi alterazioni rispetto all’origine.

I volumi edilizi penaschesi, si è detto, sono armonicamente assestati in forme probabilmente di origine medioevale, ammodernate nelle epoche successive senza grandi alterazioni. Qualcuno, e qualche ambiente interno, comprendono tratti di importante valore architettonico e storico, in particolare per l’edificio ad angolo tra le Vie Oslavia e Rienza, comprendente la più importante e monumentale delle cinque porte riconoscibili.

Sovrasta su tutto il borgo la Chiesa. Risultava in costruzione durante una ispezione del Cardinale Borromeo, il futuro San Carlo, nel 1574, anno che tra l’altro vide la nascita della Parrocchia autonoma di Biumo Inferiore, comprendente appunto, come Pieve dipendente, San Fermo di Penasca.

Ha forme interne armoniose e piacevoli, pur avendo necessariamente subito nel tempo numerosi rimaneggiamenti, dei quali peraltro rilevanti la costruzione del campanile, un nuovo assetto del portale in facciata - forse contestuale alla eliminazione di un pronao preesistente, tutto prima del 1755- e un ampliamento verso sud (nei primi anni del ‘900). Contiene alcuni manufatti artigianali di grande qualità, - la balaustra, la trave in chiave di volta, l’altare principale con un paliotto in scagliola - ed alcuni importanti quadri settecenteschi, tra cui la pala dell’altare maggiore attribuita ad Antonio Mondino o Mondini, milanese, allievo del Morazzone ed autore tra l’altro anche della Madonna del salone dei matrimoni in Palazzo Estense, oltre ad alcune opere in Varese di grande qualità artistica.

La Chiesa, è armonica, come detto, sia negli spazi interni sia nella bella facciata, volta a Sud verso la Valle dell’Olona, con un piazzale – sagrato che consente un bellissimo panorama sia sulla città che verso le Alpi, dominate dal Monte Rosa. Ma, per una peculiare caratteristica, non è, come d’uso, isolata dal tessuto edilizio del borgo, per tutti gli altri lati è “avviluppata” da altre costruzioni, alcune considerevolmente antiche, che in parte si sovrappongono anche ai volumi consacrati, in una singolare commistione di sacro e profano.

Un aspetto storico interessante emerge anche dalla dedica della Chiesa: i Santi Fermo e Rustico, Martiri cristiani sotto la persecuzione dell’”empissimo” imperatore Massimiano (286 – 310), di origine africana o secondo un’altra versione, di origine bergamasca, vennero martirizzati a Verona, ed i loro corpi, trafugati e portati in Africa vennero poi recuperati e riportati infine – dopo un viaggio avventuroso, costellato di eventi miracolosi - a Verona, tra il 757 ed il 774, in un’aura leggendaria. Il loro culto è quindi diffuso soprattutto nell’antico stato della Serenissima Repubblica di Venezia, fino a Bergamo, e sembra inconsueta la dedica della Chiesa di Penasca.

Sembra logico rilevare che la direttrice viaria che ricalca le attuali vie Brennero (primo tratto dopo il ponte sull’Olona), Aquileia, Oslavia e Dobbiaco, fino ad Induno Olona, è probabilmente il tracciato antico del collegamento verso Porto Ceresio (ex Porto Morcote), il Castello di Morcote, ed i successivi territori ora svizzeri, in quanto le attuali linee di percorso di fondo valle (vie Peschiera, Merano e Renè Vanetti), interessavano terreni all’epoca impraticabili. Era usato quindi un itinerario “alto” – indicato ancora chiaramente nella planimetria redatta nel 1766 in occasione della infeudazione di Varese a Francesco III d’Este – che, percorso verso Nord, passava davanti alla Chiesa, poi in prosieguo trovava l’antica locanda (l’attuale “Tana del Lupo”), poi a Induno trovava la Chiesa di San Pietro e vedeva un traffico rilevante e di lunga percorrenza. E’ quindi logico pensare che la dedica ai Martiri veronesi sia maturata per la frequentazione di mercanti e trasportatori provenienti dall’Est, dedica concretizzata poi nella ricostruzione – in corso come detto nel 1574 – di un antico precedente luogo di culto, del quale non restano tracce evidenti, ma che si può ipotizzare analogo alla chiesetta romanica di San Pietro in Induno. Secondo un appunto, non verificato, le reliquie dei Santi Martiri custodite nella Chiesa- Santuario a loro dedicata provenivano da Bergamo.

Singolare anche, di Penasca, che la sua l’autonomia “topografica” rispetto a Varese ed a Biumo – dai cui centri storici è decisamente staccata dalla Valle dell’Olona, non ne ha comportato alcuno stacco amministrativo.

E quindi, ripercorrerne la storia significa rileggere quella di Varese e di Biumo, riscoprendone aspetti ed episodi evidentemente noti agli storici ma dimenticati, come il “Trattato di Varese” stipulato a metà ‘700 tra il Lombardo Veneto di Maria Teresa d’Austria e la Confederazione Elvetica, i fatti garibaldini o il bombardamento di Varese da parte del generale Urban descritto in un opuscolo – edito per beneficenza - dal Direttore dell’Ospedale.

Penasca, dopo il ruolo antico di luogo di passaggio e di tappa, ha continuato a costituire un polo di riferimento, come meta di pellegrinaggi al Santuario – soprattutto per la Festa dei Santi il 9 agosto – poi ha assistito e partecipato, all’industrializzazione della Valle Olona con i propri abitanti passati dall’agricoltura all’industria, infine ha visto le campagne circostanti – con bellissime sistemazioni fondiarie, prevalentemente “a ronchetti”, punteggiate di cascine – trasformate in un quartiere della periferia cittadina, ma ha sempre difeso e continua tuttora il suo ruolo di “piccola capitale” ricca di iniziative e di localizzazioni artigianali, artistiche e culturali esprimendo nel tempo personalità ed episodi importanti e di grande valore.

E’ rimasta di Penasca l’anima gentile ed aperta, rigorosa e tollerante in cui noi ci riconosciamo ed alla quale abbiamo dedicato un libro – del quale questo articolo è una ruvida sintesi - con il continuo impegno alla difesa, alla comprensione ed alla valorizzazione di un patrimonio fatto di radici concrete e di sentimenti ideali che ci accomuna e ci ispira.

 

Gruppo Culturale Amici di San Fermo Penasca

 

Last Updated on Monday, 28 June 2010 18:54  

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